Piero Castoro, docente di filosofia del Liceo Classico Cagnazzi di Altamura e tra i fondatori del Centro Studi Torre di Nebbia, osservatorio permanente del territorio dell’Alta Murgia presenta Senzaniente.

 Questa storia ha inizio in una torrida estate di 30 anni fa, o forse questo non è un inizio ma solo la naturale conseguenza di un percorso di vita iniziato altrove. Senzaniente infatti prosegue, non solo idealmente, il viaggio intrapreso con Farauàll e poi con la Muta, precedenti libri dell’autore pugliese.
Ecco allora, che potremmo facilmente confondere questa storia con un epilogo, qualcosa che tra le assolate murgie si è compiuto, oppure come un prologo, ossia qualcosa che su quelle strade ha avuto inizio, dove tutto è partito. È sottile questo confine, come una porta socchiusa che non sappiamo se è quasi aperta o quasi chiusa. Varcando quella soglia ci si trova faccia a faccia con una storia d’amore: l’amore per un territorio. È la storia di un restauro, di un “prendersi cura” e nel restauro come nell’amore c’è bisogno di avere qualcosa o qualcuno di cui prendersi cura, di cui preoccuparsi.
In questo libro il restauro diventa il pretesto per raccontare questa storia d’amore con aneddoti veri e meno veri. Piero ricostruisce in queste pagine il sogno di una gioventù collettiva, riabilita una generazione, rappresentata da Andrea, Cecilia, Enzo, Arturo, Luigi che si muovono tra doline e masserie in una Murgia desolata e ostile come ostili talvolta sono le circostanze, i rapporti, i tempi. Quello che viene fuori è la rappresentazione di un piccolo mondo antico, una sequenza di immagini a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 descritte da Piero come se la scrittura fosse più un esercizio per la memoria che un dovere di cronaca.
Da questi luoghi a lui familiari, Piero approda alla terrazza di Irsina, tra gli orizzonti ondulati che si perdono ai confini col cielo, lasciando intravedere la Murgia in lontananza che si confonde con la Basilicata.
Da quella posizione si vedono le città costruite dall’uomo, tra i campi arati e le coltivazioni.
Davanti a questo spettacolo viene in mente un passo del libro: “Eppure si chiedeva, nonostante l’uomo fosse capace di fondere rottami e zavorre per erigere dimore in grado di sfidare i secoli” – scrive Piero nel suo libro - “quanta fragilità è nelle stesse mani che vibrano i picconi nelle cave, che guidano gli aratri a solcare tra le pietre e che stringono le mammelle delle pecore afferrate tra le gambe; quanta fragilità si nasconde negli sguardi più possenti... e allora ripensava a tutti quegli ultimi anni vissuti a rimestare insieme alla calce anche i sogni, e non sapeva neppure se rammaricarsi di quel percorso diventato pian piano più tortuoso, pieno di insidie che ne rallentavano la corsa e in cui si condensavano proprio quella fragilità umana camuffata, quei petti gonfi di ipocrisie che scopriva ora essere così diffuse e, anche, così difficili da restaurare”.
Ce lo chiediamo anche noi, con questo libro tra le mani.